Emanuele's profileLa mia parte intollerant...PhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    November 18

    Le più belle favole al telefono

    Vediamo se riuscite ad arrivare in fondo.

    Dopo tutto il trambusto che ho sentito e forzatamente ascoltato in questo relativamente squallido mese della mia vita, qualcosa nella mia memoria è balzato fuori, come qualche bit delle vecchie schede dei computer, saltato così sull’indirizzo del bus (lasciamo perdere)…
    Lesta la mia mano s’è allungata sullo scaffale dei libri, non è che ce ne siano molti ma tra fumetti e racconti qualcosa c’è, e ha preso un piccolo libricino verde chiaro, intitolato “Le più belle favole al telefono” di Gianni Rodari.
    Dovete sapere che io sono molto legato a questo libro, che ricordo ancora da quando ero piccolo; ricordo che facevo solo le elementari. Se non è stato il primo in assoluto, poco ci manca. E’ una raccolta di qualche fiaba che proprio a quel tempo mi ha fatto sognare, ed è la prova che in qualche modo anch’io so sognare ancora, se sorrido leggendo di nuovo questi brevissimi racconti che una volta mi sembravano fin troppo lunghi!
    Lo apro e scopro che le pagine iniziano ad essere addirittura ingiallite e un poco fragili; sfoglio e trovo i caratteri grandi e le illustrazioni semplici, che bastavano a scatenarci l’immaginazione. Non so se ancora oggi questo libricino viene fatto leggere ai bambini, o se comunque continua ad essere stampato; so solo che leggo nelle prime pagine quelle scritte che da piccoli ci siamo sempre chiesti cosa volessero significare: “Copyright 1995, by Einaudi Scuola”, marchio registrato. Mamma che significa? Mistero…
    Significa che avevo sì e no 6 anni, essendo io dell’ ‘89.
    Le favole sono scritte con un linguaggio, permettetemi, “carino”. Sì perché eravamo noi bambini che addirittura ci imparavamo la geografia: Ostia, Piombino, Barletta, Torino, Cremona, Bari, Cesenatico… Et cetera. E in quelle poche righe ci entravamo proprio dentro immaginandoci le facce della gente e dei più svariati personaggi, descritti con una certa innocenza, con un particolare carico morale. E poi i nomi!!! Mica Brian, James, Bob… I personaggi si chiamavano Giacomo, Alice, Claudio… Insomma eravamo noi! E poi sono scritte con una SEMPLICITA’ DISARMANTE. L’impressione è che tutto debba scoppiare a ridere di gioia da un momento all’altro.
    Credo che certe “favolette”, se così le vogliamo chiamare, ogni tanto andrebbero rispolverate, per farci ritornare un po’ all’età dell’innocenza, quando leggevamo col ditino piano piano per capire le parole, che erano scritte Times New Roman, 14 forse 16 e anche anche…
    Detto questo vorrei proporvene una non troppo lunga, così avrete più tempo per le vostre notifiche di Facebook.

    La mia raccomandazione, a parte gli scherzi, è quella di non fermarvi a metà perché vi stanno chiamando o notificando su Facebook. Staccatevi un attimo da tutto e concedetevi un minuto di questo, che non fa mai male. DETTO QUESTO, VI SALUTO. Come lo scrittore che spegne la candela. Ciao.

    Il topo dei fumetti
    di Gianni Rodari

    Un topolino dei fumetti, stanco di abitare tra le pagine di un giornale e desideroso di cambiare il sapore della carta con quello del formaggio, spiccò un bel salto e si trovò nel mondo dei topi di carne ed ossa.
    "Squash!" esclamò subito, sentendo odor di gatto.
    "Come ha detto?" bisbigliarono gli altri topi, messi in soggezione da quella strana parola.
    "Sploom, bang, gulp!" disse il topolino, che parlava solo la lingua dei fumetti.
    "Dev'essere turco," osservò un vecchio topo di bastimento, che prima di andare in pensione era stato in servizio nel Mediterraneo. E si provò a rivolgergli la parola in turco. Il topolino lo guardò con meraviglia e disse:
    "Ziip, fiish, bronk".
    "Non è turco", concluse il topo navigatore.
    "Allora cos'è?"
    "Vattelapesca".
    Così lo chiamarono Vattelapesca e lo tennero un po' come lo scemo del villaggio.
    "Vattelapesca", gli domandavano, "ti piace di più il parmigiano o il groviera?"
    "Spliiit, grong, ziziziir", rispondeva il topo dei fumetti.
    "Buona notte", ridevano gli altri. I più piccoli, poi, gli tiravano la coda apposta per sentirlo protestare in quella buffa maniera: "Zoong, splash, squarr!"
    Una volta andarono a caccia in un mulino, pieno di sacchi di farina bianca e gialla. I topi affondarono i denti in quella manna e masticavano a cottimo, facendo: crik, crik, crik, come tutti i topi quando masticano. Ma il topo dei fumetti faceva: "Crek, screk, schererek".
    "Impara almeno a mangiare come le persone educate", borbottò il topo navigatore.
    "Se fossimo su un bastimento saresti già stato buttato a mare. Ti rendi conto o no che fai un rumore disgustoso?"
    "Crengh", disse il topo dei fumetti, e tornò a infilarsi in un sacco di granturco.
    Il navigatore, allora, fece un segno agli altri, e quatti quatti se la filarono, abbandonando lo straniero al suo destino, sicuri che non avrebbe mai ritrovato la strada di casa.
    Per un po' il topolino continuò a masticare. Quando finalmente si accorse di essere rimasto solo, era già troppo buio per cercare la strada e decise di passare la notte al mulino. Stava per addormentarsi, quand'ecco nel buio accendersi due semafori gialli, ecco il fruscio sinistro di quattro zampe il cacciatore. Un gatto!
    "Squash!" disse il topolino, con un brivido.
    "Gragrragnau!" rispose il gatto. Cielo, era un gatto dei fumetti! La tribù dei gatti veri lo aveva cacciato perchè non riusciva a fare miao come si deve.
    I due derelitti si abbracciarono, giurandosi eterna amicizia e passarono tutta la notte a conversare nella strana lingua dei fumetti. Si capivano a meraviglia.